Di allevamento o di mare i sardi amano sopratutto orate, cozze e spigole

ALGHERO. Al primo posto ci sono le orate, seguono nell’ordine cozze, vongole, spigole, calamari, salmone in tranci, polpo di scoglio, sgombri, filetto di persico e triglie. Questi sono i prodotti ittici freschi più comperati in Sardegna secondo uno studio fatto dai supermercati Sisa (che copre il 20% degli acquisti fatti dai sardi). Ma non c’è motivo di dubitare, data l’ampiezza del campione, che quell’ordine rispecchi l’andamento generale.  Sono dati forniti da Rinaldo Carta, vicepresidente nazionale di Sisa Italia, al convegno «Acquacoltura italiana, una nuova frontiera» svoltosi qualche giorno fa ad Alghero. Due giorni di lavori durante i quali sono stati affrontati molti temi, da quelli di carattere prettamente giuridico a quelli economici a quelli più legati alla tutela della salute dei consumatori. I falsi in questo comparto, è stato detto in diverse relazioni, sono all’ordine del giorno. Qualche giorno fa, a esempio, ha raccontato l’ammiraglio Antonio Pasetti del Reparto Pesca CP presso il Ministero delle Politiche Agricole, a Salerno sono stati sequestrati diversi quintali di smeriglio spacciati per pesce spada. Ma quanti squali, cammuffati da altri pesci, arrivano sulle nostre tavole? «L’Italia - ha detto Claudio Lucchetta dell’Adiconsum- è il maggior importatore, in Europa, di carne di squalo scuoiato».  «Il pesce sfilettato - ha ribadito l’ammiraglio Pasetti - è una pericolosa insidia. Siamo convinti di comperare sogliole invece ci rifilano un pesce d’acqua dolce e perdipiù scadente».  Come possono difendersi i consumatori da un mercato del pesce che presenta insidie e talvolta poca trasparenza?  Il ritornello è sempre lo stesso: affidarsi a strutture di vendita che offrano garanzie sul piano dei controlli sulla qualità della materia che compare nei banchi del supermercato. «Ma se non rendiamo obbligatoria una etichettatura che indichi chi e quando ha pescato quel determinato pesce non possiamo fare nulla», ha detto Mauro Manca presidente dell’associazione degli Acquacoltori sardi e organizzatore del riuscitissimo convegno di Alghero. Spesso, ha ricordato Manca, nei nostri mercati ittici sono arrivati pesci a prezzi stracciati ma in pessimo stato di conservazione e quindi di discutibile qualità sul piano della salute. Basterebbe, a questo proposito, andare a vedere su Google Earth lo stato degli allevamenti della Grecia e della Turchia, con moltissimi impianti concentrati in pochissimo spazio.  Di ben altra qualità sono i pesci provenienti dagli allevamenti sardi: sani, freschi, pronti a tavola poche ore dopo essere stati pescati. «Ci siamo organizzati a livello regionale - dice Manca - e ciascun impianto di acquacoltura rifornisce l’area intorno all’impianto stesso. In questo modo il prodotto è sempre fresco, in pratica, a chilometro zero». Non a caso l’associazione degli acqualcotori sardi aderisce a «Campagna amica» della Coldiretti che della tracciabilità e dei prodotti a Km zero ha fatto l’orgoglio della propria battaglia a favore dei consumatori.  «Siamo artigiani dell’allevamento - dice Manca - e il nostro scopo è quello di valorizzare al meglio i prodotti del nostro territorio. Sempre meno si mangerà pesce pescato all’amo o con le reti e sempre di più quello di allevamento. Entro tre anni sapremo se questo nostro sforzo di fare impresa in Sardegna con la acquacoltura, avrà una possibilità di affermazione, prima che le multinazionali facciano piazza pulita di tutti noi». Attualmente, dice Rinaldo Carta, il mercato del pesce ha generato acquisti, in Sardegna, per un valore di circa 90 milioni di euro (per il 91% di prodotto fresco e decongelato e il 9% di prodotto congelato e surgelato, un segmento di mercato in calo). Il trend è in crescita di circa il 15% a valore e di circa il 4% a volume, rispetto al 2009. All’interno di questo segmento, la tipologia più rappresentativa in termini di valore acquistato è quella del pesce «generico», che rappresenta il 58% degli acquisti, per un valore di circa 43,6 milioni di euro e un trend del 30%. La seconda tipologia più rappresentativa è quella dei crostacei, che con il 25% di quota, ha sviluppato acquisti pari a circa 18,6 milioni, con un trend del 65%.  Come si concilia la tendenza a mangiare più pesce con la crisi economica? «I comportamenti alimentari degli italiani- dice Carta- stanno subendo profondi cambiamenti. Ma i consumi sono destinati a crescere poichè il pesce viene ritenuto sano. E ciononostante venga considerato più salutare delle carni, il consumo del pesce viene penalizzato per il peggior rapporto qualità/prezzo».  Quali piatti di alta cucina si possano realizzare con i pesci di acquacoltura, i partecipanti al convegno l’hanno verificato con un super pranzo offerto a fine convegno con i piatti di Luigi Pomata, Cristiano Andreini, Cristiano Tomei di Viareggio e il friulano Alberto Tomizza.

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